La pesca del pescespada
fonte: SCILLA nel TEMPO – Maria Antonietta Ciccone, Vincenzo Mastrovalerio – prefazione Rosario Villari
Il pesce spada non è un pesce qualsiasi, è il pesce per antonomasia, pregiato a tavola, romantico e temibile in acqua. Se n’è occupato dettagliatamente lo storico Polibio (II sec. a.C.), che rimase affascinato dalla tecnica di pesca praticata ai piedi dello scoglio di Scilla. A suo dire, anche Omero deve avervi assistito, visto che ha attribuito alla mostruosa Scilla gli stessi atteggiamenti dei cacciatori del pesce: “spinge le leste fuori
dal baratro orribile e lì pesca, e lo scoglio intanto intorno frugando delfìni e cani di mare… afferra”. È bene chiarire che quanto si dirà su questo tema, non è più attuale, tutto essendo stato rivoluzionato a partire dagli anni cinquanta. Per cui, chi vuol sapere come stanno oggi le cose, può andare direttamente in fondo al capitolo. Occupiamoci ora di come si è svolta questa pesca per circa tre millenni. Il pesce spada vive nel sud del mare Tirreno. È presente anche altrove, nel Bosforo, dove fa la spola tra l’Egeo e il Mar Nero, e in diversi altri mari della Terra. Vive in acque profonde, nelle stagioni fredde, e riaffiora a primavera, quando gli esemplari adulti (dai 70 ai 150 chili) sono prossimi alla maturità sessuale e vanno a caccia delle femmine. Solitamente velocissimo – fila a cento all’ora – è temibilissimo per quella spada che costituisce un terzo del suo corpo e che può forare anche una barca robusta. Lo si può catturare solo quando viene in superficie.Di norma la pesca è un’attività “al buio”: il pesce lo si vede dopo che ha abboccato all’amo o è finito nella rete; il pesce spada, invece, deve prima essere avvistato e quindi catturato con uno spiedo, come accade con gli animali selvatici di terra. E come lo spiedo (oggi il fucile) per la caccia non basta e si fa ricorso ai cani, così col pesce spada si fa ricorso all’ avvistatore: la caccia comincia da lui, senza è impossibile. Se ne sta sulla costa a picco sul mare (quindi solo dal lato di Scilla, da Palmi a Cannitello; il lato siciliano ne è del tutto privo), e si distrugge la vista per individuare il pesce dalle improvvise variazioni di colore della superficie marina o da qualche provvidenziale salto fuor d’acqua, e segnalarlo alla ciurma che sonnecchia giù sulla barca. La sera prima è andato a dormire all’imbrunire, magari sulla spiaggia, senza fare le ore piccole al bar o altrove, per avere gli occhi riposati. Ed è al lavoro dall’alba, sotto un sole sempre più cocente ed accecante. Dalla postazione può controllare fino a 500 metri, ma non è solo sulla costa: altri colleghi-rivali stanno, come lui, con gli occhi fissi sul mare e ciascuno è collegato alla propria ciurma, perché il mare è stato diviso in settori ideali assegnati per sorteggio, secondo una regola antica tramandata di generazione in generazione. Il pesce è del primo che lo avvista, e la ciurma relativa ha l’esclusiva della caccia, con diritto di sconfinamento dalla
propria zona se la preda ve la trascina, fino a che avviene la cattura o il pesce, disturbato, si inabissa. Allora si comincia daccapo. Sulla barca stanno in sei, in attesa paziente, allungati sulle assi di legno, come atleti prima della gara, o coccodrilli in sornione agguato. Quando arriva il segnale della vedetta – urli che hanno un senso solo per gli addetti ai lavori e sventolii di bandiere bianche – quattro si mettono ai remi e raggiungono freneticamente il punto della caccia; uno sale sulla fariera – albero di 3,5 metri, al centro della barca, con basi di appoggio per piedi e mani – e, avvistata la preda (la può scorgere, da quell’altezza, solo quando è a circa 30 metri), guida i rematori, con parole di antica origine greca gridate in modo incessante e ossessivo, a ridosso dell’animale. Ritto a prua, simile a Posidone, sta il lanzaturi, da cui dipende la riuscita della caccia. Può vibrare un solo colpo: o la va o la spacca. Se la preda è stata infiocinata, la fatica non è terminata; c’è da recuperare l’asta di legno che si è automaticamente sfilata dall’alloggio, per il contraccolpo al momento dell’impatto, ma questo è il meno. Più lunga è l’operazione del recupero del pesce che cerca di riguadagnare le profondità , e per un po’ ne ha la sensazione, mentre in realtà è tenuto ben saldo da una lunga corda, che per un capo è annodata al puntale di ferro mediante un anello posto alla base di esso, e dall’altra parte è avvolta in una cesta sul fondo della barca.

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I marinai danno al pesce tutto il tempo di dibattersi e di dissanguarsi, ma alla fine lo issano sulla barca, dove si svolgono un paio dì operazioni rituali: la cardata da cruci (quattro segni orizzontali e quattro verticali sovrapposti, tracciati con l’unghia da un marinaio che non sia il lanzaturi), l’asportazione della bbotta (la carne attorno al punto di penetrazione del ferro) che tocca al ferraiolo come affitto dell’attrezzo; il taglio del ciuffo, che tocca al fiociniere (ma che può essere anche regalato), e la prima pulizia del pesce. E’ vano chiedere la funzione della cardata da cruci, si fanno le più diverse ipotesi, dal semplice segno di identificazione del pesce, svuotato poi di ogni significato, alla sopravvivenza di rituali magici antichissimi, risalenti all’età degli uomini cacciatori/raccoglitori. Se qualcuno si chiede come possa una barca, sia pure spinta da quattro rematori, competere con un animale che corre a 100 chilometri all’ora, sappia che il pesce affiora quando è in amore, e questo status, oltre a renderlo, come si dice, cieco (e sordo), lo fa pure un po’ citrullo, per cui si muove distratto e lento. Nonostante tutto, catturare un pesce spada è un’impresa non da poco, fatta per gente coraggiosa e abile che, tuttavia, su cento pesci che passano riesce a prenderne sì e no uno. Il Signore manda la grazia quando ad essere avvistata è una parigghia, ovvero una coppia, che ama abbandonarsi al piacere dei salti. In questo caso si punta alla femmina, distinguibile dalla stazza più robusta, perché solo in quest’ordine si può sperare di prenderli tutti e due. La femmina, infatti, scappa immediatamente se vede catturato il maschio; invece quest’ultimo, da inguaribile romantico, tenta di liberare la
compagna dalla corda o attacca la barca con la spada o, anche, si lascia morire con un ultimo salto sulla spiaggia (ricordate la canzone di D. Modugno?). In ogni caso rimane in zona e prenderlo non è difficile. La stagione di pesca dura circa quattro mesi, da maggio ad agosto, due mesi sulla costa calabra e due su quella siciliana -dove la caccia è praticata a partire dal ‘500 facendo ricorso a vedette posizionate su alberi alti 30 metri, montati su feluche ancorate a riva – seguendo il percorso del pesce che scende fino a giugno lungo le coste calabresi e risale da luglio a fine agosto lungo la costa messinese. I pescatori vivono aggruppati nel quartiere della Chianalea, in case piccole e addossate le une alle altre, con sviluppo in altezza: al piano terra il catoio (termine di origine greca), per la rimessa della barca e degli attrezzi, e poi due stanze una sull’altra, in cui vive una famiglia di tipo patriarcale. Si distinguono in gnuri (proprietari di luntre, la barca da pesca) e garzuni (lavoranti a giornata). Per gli uni e per gli altri la vita non è mai stata facile, per due ordini di obblighi: uno di natura, diciamo così, fiscale, verso il potere costituito; l’altro, di natura morale ed economica, verso i parenti, l’associazione di mestiere, la confraternita. Al primo ci si sottrae se solo se ne offre l’opportunità , al secondo non ci si può sottrarre e soprattutto non si vuole: c’è di mezzo l’onore. Siamo poco informati fino al ‘500, ma da questo momento in avanti sappiamo che, con riferimento al pescespada, il marinaio è obbligato nei confronti del feudatario, pena la prigione, a cedergli un terzo del prodotto (si è già detto che non solo la terra gli apparteneva ma anche il mare), a presentargli al
mattino il pescato nel castello, perché possa scegliere i pesci migliori, a pagare il fitto della postazione di avvistamento, ad uscire in mare con qualunque tempo, a prestare corvées personali mediante turni obbligatori di vedetta, infine a mettere a disposizione la barca per le sue necessità personali. Un terzo va al sensale che rileva il pesce appena sbarcato per distribuirlo ai commercianti. Sul terzo che gli resta deve pagare in natura i membri della ciurma, riservare la parte al ferraiolo che ha costruito il puntale di ferro e cui per tradizione va una porzione del pescespada, fare le quote destinate all’ammortamento della manutenzione della barca e degli attrezzi, provvedere ai genitori, costituire la dote delle sorelle (che vanno spose per prime), pagare la decima alla confraternita, e altro ancora. Le famiglie sono numerose, in tutti gli strati sociali (per fare qualche esempio: la regina Maria Carolina d’Austria ha dato al marito Ferdinando 19 figli; la regina M. Isabella si è limitata a partorirne 12 al marito Francesco I; Caterina Spinelli ne regala altrettanti al marito Paolo Ruffo conte di Sinopoli. E si potrebbe continuare). Tra i pescatori, come nell’aristocrazia, vige il maggiorascato, per cui la barca passa al figlio primogenito, cui gli altri devono sottostare, senza alcun privilegio rispetto agli operai pagati a giornata. La loro unica speranza è sposare una donna che rechi una dote che consenta l’acquisto della barca.

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Per lungo tempo la caccia al pescespada è stata un duello, una predazione non tanto diversa da quella che avviene nel mondo animale, con tecniche che si sono affinate nel tempo, passando dalla vedetta unica per tutte le barche, manovrate da due uomini, al luntre con sei marinai altamente specializzali in abbinata con la propria vedetta. A partire dal 700 subentrano nuove tecniche predatorie che non vanno tanto per il sottile, come la palamitara, ovvero una rete lunga fino a 500 metri che cattura i pescespada in zone più vicine alla costa, tra Bagnara e Scilla, dove di giorno non si avvicinano per via della barriera di scogli. La cattura diventa indiscriminata, al “buio” senza fare distinzioni tra pesci grandi e piccoli. Campane (benedette a Seminara o a Polsi) legate ai galleggianti avvertono dell’avvenuta cattura. La costa scillese assiste ai gridi e agli sbandieramene diurni seguiti dallo scampanio notturno, tra il palese malcontento dei pescatori affezionati ai riti tradizionali. Il bottino aumenta ma si teme per le risorse ittiche. Nel corso dell’800, dopo l’abolizione del sistema feudale, la controversia dal punto di vista dei pescatori si sposta dalle pretese del feudatario a quelle dei proprietari di postazioni, che di solito sono anche proprietari di barche. I primi chiedono a gran voce libero accesso alle zone di pesca, come a Messina, bollando i proprietari come “feudatari in ritardo”, ribadendo il diritto esclusivo di pesca per chi detiene le postazioni, i secondi ribattono: “Questo sistema non è nuovo, è antichissimo anzi, ed il trovarlo in tutti i tempi c ‘induce a pensare che esso è un fatto richiesto dalla natura del pesce istesso, il quale non galleggia mai e se non fosse scorto dall’alto non si potrebbe inseguire e predare” (così G. Zagari nel 1893, in “Preliminari della contesa”).
Dopo decenni di cause ed interrogazioni parlamentari, nel 1904 i marinai hanno partita vinta. Ma la storia millenaria di questa pesca volge ormai al termine. Nel 1936 viene sperimentato, a Messina, un fucile per sparare l’arpione, ma per inconvenienti tecnici e per l’opposizione dell’arponiere. geloso del proprio prestigio, la trovata viene lasciata cadere. Negli anni cinquanta qualcuno a Messina munisce il luntre di una passerella in legno a paia, lunga circa sei metri, fissata con tiranti all’albero di fariera, per portare l’arponiere sopra il pesce sì che possa vibrare il colpo dall’alto in basso invece che a parabola; quindi viene aggiunto un motore a gasolio. Poi, in rapida successione, si abbandona il luntre per l’attuale spatara, detta passerella, che ha una certa somiglianza con hi preda; è una barca con strutture in tubi di acciaio, dotata della più moderna tecnologia, con una passerella a prua di circa 45 metri e un albero di vedetta di oltre trenta metri, su cui trova posto, in apposita gabbia, un marinaio col doppio ruolo di avvisatore e di manovratore (perché è da lassù che si pilota la barca). Il fiociniere viene portato al di sopra della preda ignara, che non riesce nemmeno a sentire il rumore dei motori, troppo distanti per metterla all’erta. Gli attuali pescatori si dedicano ad una caccia indiscriminata con mentalità imprenditoriale, coprono uno spazio che va ben oltre le coste dello stretto e catturano un numero di prede sproporzionato rispetto alle capacità di ripopolamento. Le palamitare e le reti a strascico poi fanno il resto, calando a mare reti lunghe anche cinque chilometri e catturando spadelli di pochi etti “che quando li cucini diventano acqua”.
Alcuni tra i giovani si mostrano preoccupati per il destino di questa pesca, i vecchi sono scandalizzati e gridano vendetta: “Li dovrebbero mettere al muro quelli delle palamitare e a chi compra spadelli trent’anni di galera”. Ma tant’è: alla Chianalea le tradizioni sono spente, certi riti non si ripetono più. Un tempo se la caccia non riusciva o se gli avvistamenti erano sconsolatamente insufficienti, e santini, corni e gobbi non scongiuravano la penuria di prede, si pensava che il malocchio avesse colpito la persona o la barca. Le contromisure prevedevano la benedizione della barca impartirà dal parroco o, se non bastava, la sfumicatura: formule magiche e intrugli a base di sale, olio e acqua, palme benedette e altro ancora. L’estremo rimedio, cui si ricorreva di rado perché implicava il ricorso alla donna, tassativamente esclusa dalle operazioni inerenti la caccia, comportava che una fanciulla facesse la pipì a prua della barca. Sono scomparse le poste e le relative vedette. I nostri nonni potevano ancora assistere al cavalleresco duello tra il pesce e l’uomo, tra i gridi delle vedette appostate sui promontori e le segnalazioni con le bandiere bianche. Noi dobbiamo accontentarci di immaginarlo attraverso gli strumenti presenti nei musei etnografici e di settore, e i copiosi prodotti iconografici. Oggi il quartiere è poco popolato. Chi ci ha abitato da generazioni è ormai un estraneo a casa sua, e le casette sono messe a disposizione dei turisti che se le possono permettere. Ciò ha comportato ristrutturazioni in certi casi “disinvolte”. Le attuali amministrazioni civiche e provinciali, per fortuna, sembrano più sensibili al recupero delle memorie storielle e alla conservazione dell’assetto urbanistico e delle tradizioni culturali e popolari.
La pesca del pescespada
fonte: SCILLA nel TEMPO – Maria Antonietta Ciccone, Vincenzo Mastrovalerio – prefazione Rosario Villari
Il pesce spada non è un pesce qualsiasi, è il pesce per antonomasia, pregiato a tavola, romantico e temibile in acqua. Se n’è occupato dettagliatamente lo storico Polibio (II sec. a.C.), che rimase affascinato dalla tecnica di pesca praticata ai piedi dello scoglio di Scilla. A suo dire, anche Omero deve avervi assistito, visto che ha attribuito alla mostruosa Scilla gli stessi atteggiamenti dei cacciatori del pesce: “spinge le leste fuori
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